Non entrano nelle cronache, non si fermano nella memoria. Il teatro di Ascanio Celestini le raccoglie e le rimette davanti a noi, una alla volta, nel tempo preciso in cui qualcuno sceglie di ascoltarle.
Poveri Cristi è un lavoro teatrale che cambia ogni sera, scegliendo due capitoli del libro omonimo da raccontare. È da qui che parte tutto. Dalla voce di un narratore che si fa tramite, entra nei personaggi e li lascia parlare. In scena, accompagnato dalla fisarmonica di Gianluca Casadei e da un accento romano che resta sempre aderente alla propria terra, Celestini costruisce un racconto che vive di azioni. I personaggi esistono perché fanno, perché attraversano situazioni, perché prendono decisioni, anche quando sembrano non averne.
Nello spettacolo di sabato 28 marzo, al Teatro Politeama Mario Foglietti di Catanzaro, le aspettative non sono state tradite.
La prima storia è quella di una prostituta italiana. Comincia con una perdita, la morte della madre, e con una solitudine che si apre dentro casa, accanto a un padre descritto come una brava persona, che non la lascia andare. Poi l’amore, un fidanzato, una promessa che si rompe. Lui non torna, ha messo incinta un’altra. Il resto è una discesa lenta, fatta di vergogna, di relazioni che non tengono, di un’idea di purezza che diventa condanna. La strada arriva come conseguenza, non come scelta improvvisa.
Celestini la lascia parlare senza filtri. Racconta i clienti, il tempo del lavoro, il limite del corpo. Alcuni passano oltre, altri si fermano. Qualcuno diventa quasi familiare. C’è ironia, amara. La vecchia colta, il meretricio offerto gratis una volta al mese, come l’ingresso dei musei, l’odore dei copertoni accesi per scaldarsi che resta addosso. E poi quella domanda che resta sospesa su tutto. Chi sono i clienti? La risposta è semplice, brutale. Sono gli uomini. Anche se la responsabilità continua a ricadere su chi vende, mai su chi compra.
La seconda storia porta altrove. Parte dai numeri dei migranti, quelli che riempiono i notiziari. I numeri dei morti, dei sopravvissuti, dei bambini, delle donne. Mai nomi, vite, storie. Come quella di Joseph, che lavorava in un cimitero e faceva il seppellitore. Finché arriva il momento della partenza, perché, gli ha detto chi ci ha vissuto, in Italia basta saper arrotolare gli spaghetti per diventare italiano. Il viaggio attraversa il deserto, la prigionia, le torture, le violenze sulle donne. Poi il mare, il naufragio, i bambini che non arriveranno mai a toccare la terraferma. I morti sul fondo del mare che non respirano, ma non possono dirsi davvero morti perché nessuno li seppellisce e nessuno li conosce.
Infine l’arrivo, che non è salvezza. È detenzione, è sospetto, sono luoghi pieni oltre ogni misura. È il rancio, senza spaghetti. È la violenza che esplode e lascia segni nei corpi e nei nomi, come quello di chi non regge e si spegne.
Celestini tiene insieme tutto questo senza alzare la voce. Inserisce il presente, la politica, i riferimenti che attraversano il nostro tempo, da Gaza alla richiesta di giustizia e verità per Giulio Regeni, da un sistema carcerario che chiede ai detenuti di pagare anche ciò che dovrebbe essere garantito alla doverosa presenza sotto ai tribunali per Stefano Cucchi e Federico Aldovrandi.
Il risultato è tanto semplice quanto duro. Non siamo tutti uguali davanti alla legge. Possiamo esserlo davanti alla vita.
Chiude con un gesto che resta. Un omaggio inaspettato. Una breve azione scenica, essenziale. Parole, corpo, intenzione. Tutto converge in un segno chiaro, diretto. Una performance che diventa dichiarazione. PALESTINA LIBERA.
E se il libro conserva la stessa intensità dello spettacolo, leggerlo diventa una naturale prosecuzione.
Lorena Pallotta per CataCult