La regista non si concede di iniziare dal preambolo, né dal finale o in medias res. La protagonista, distesa al centro della scena, è il segno del tempo della ripetizione, un tempo non circolare ma lineare. La donna muore una, due, tre, tante volte, come a suggerire il tragico susseguirsi dei femminicidi, tema portante dello spettacolo. I personaggi sono caratterizzati, come il marito che pensa ad allenare i muscoli, rappresentando in realtà troppo forzatamente il modello di ‘’maschio alpha’’, cliché piuttosto comune. E poi, questa donna senza nome, che rappresenta tantissime altre donne. Madre amorevole ma anche moglie sfinita, pronta a scagliarsi contro i soprusi con voce decisa, frenata soltanto dalla violenza fisica.
Il lavoro ha un apparato incredibilmente visivo. Emma Dante già dalle prime scene gioca con i colori, contrapponendo il nero del vestito della suocera-anziana ormai conclusasi nel suo stesse essere donna-, il bianco delle canottiere di padre e figlio, il blu della divisa da casa della madre, che si muove stanca tra le varie faccende. C’è un simbolismo che permea gli oggetti: protagonisti della scena sono immancabilmente anche il letto, la sedia, il tavolo, il ferro da stiro. Si passa con destrezza da un tono comico e scanzonato a uno cupo, che rende noi spettatori impotenti, come lo siamo d’altronde nella vita davanti a racconti simili.
Le ultime scene di violenza sembrano ripetersi all’infinito, e quella stessa reiterazione riprende nel finale un tono giocoso, con ‘’l’angelo del focolare’’ che si libra vivacemente nella stanza ormai vuota, in una dimensione psichedelica. Interessante la figura del figlio, che è personaggio di mezzo, il bianco che si mischia col nero, un indefinito le cui aspirazioni si scontrano tra loro, poiché sono frutto dell’incontro delle rispettive aspettative del padre e della madre. Giovane sensibile, che potrebbe non emulare la brutalità del genitore. Vediamo qui le contraddizioni insite nell’educazione familiare, dove spesso non vi è un solo modello a cui afferire, ma è più semplice decidere di stare dalla parte di chi è più forte o più convincente. L’unico momento in cui il ragazzo diventa veramente sé stesso-pur in abiti non suoi-è la goccia che fa traboccare il vaso. Ma il personaggio è utilizzato come ponte tra i due luoghi madre-padre, inaccessibili l’uno all’altro: la sua voce è l’unica speranza in mezzo a una spirale di crudeltà.
Chiara Pappaianni per Catà&Zaro