Solo sul palco, spettinato come sempre, in camicia e blue-jeans, Ranucci ci ha raccontato la sua lunga e controversa carriera all’interno della televisione pubblica italiana. Ne è venuta fuori un’immagine nazionale e internazionale inquietante, fatta di corruzione, censure, depistaggi, alleanze politiche e economiche e soprattutto una valanga di bugie e falsità a dir poco imbarazzanti.

Si parte con l’inchiesta su Gladio del 2001, che vede l’Arabia Saudita coinvolta, seguita da quella sull’investimento di un miliardo e mezzo di dollari in armi Iraq del 2003, un anno prima della sanguinosa guerra scatenata dagli USA contro Sadam Hussain, che causerà più di 100-000 morti.
E poi, il primo grande scoop: la strage di Falluja, quando l’aviazione americana bombarda col fosforo bianco la città diventata la roccaforte del movimento contro la guerra, non prima di averla accerchiata, bloccandone così ogni via di fuga. Naturalmente, facendo di tutto per tenerla nascosta al mondo.
Ma Sigfrido Ranucci e Maurizio Torrealta, la coppia che aveva già smascherato depistaggi e menzogne sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovantin, riescono con uno scoop internazionale a smascherare la messa in scena.

Accompagnano il racconto le immagini terrificanti dei corpi delle vittime di Falluja, scarnificati dalle armi chimiche. Il documentario dei due giornalisti viene ripreso dalle maggiori testate mondiali: Le Monde, El Pais, il New York Times, il Guardian, e in Italia da La Repubblica e il Corriere della Sera.
Da lì comincia la collaborazione con Milena Gabanelli, che lo porta a occuparsi del tristemente noto Crack Parmalat, il più grande crack d’impresa privata in Europa, per un totale di 14 miliardi di euro. Con alcune note ridicole, se non surreali: la società di copertura creata in Svizzera per aggirare la legge porta il nome di Buco Nero.
A questo punto il racconto si tinge un po’ di giallo-netflix, con colpi di scena e stravolgimenti degni di un plot: un taxista che si si rivela la ex guardia del corpo di Calisto Tanzi, patrono della Parmalat, un elettricista incazzato che tiene in soffitta capolavori d’autore rubati, un oligarca russo, un monsignore del vaticano, servizi segreti cinesi, russi, americani.
Il filo si ingarbuglia soprattutto sulla vicenda che coinvolge il leghista Flavio Tosi, all’epoca sindaco di Verona. Racconta Ranucci a un attento pubblico di calabresi, di come ha dimostrato l’infiltrazione dell’ndrangheta nella giunta veronese e di come il sindaco, per sostenere il contrario, abbia proposto di vietare la residenza a tutti i calabresi nel comune di Verona.
Tosi contrattacca, e accusa Ranucci e la sua squadra di essersi lasciati corrompere. E’ in possesso, dice, di video e registrazioni che lo proverebbero. Ranucci ribatte che bleffava, ma lo scandalo finisce in tv e su tutti i giornali. La Gabanelli si dissocia, e lui racconta di essersi sentito così solo da contemplare il suicidio.
Ma la storia ha un lieto fine. Il suo servizio va in onda, lui viene parzialmente riabilitato, e i suoi casi giudiziari tutti archiviati.

Tra le immagini di corpi devastati dall’acido, giornalisti uccisi, e prigionieri torturati, Ranucci sceglie di inserire, immagino per allentare la tensione, video di tutt’altro tenore. Si parte con il suo primo costume di carnevale (Superman), indossato per tre anni di fila e poi gelosamente conservato in soffitta, a romantiche albe, lune piene, tramonti, spighe di grano mosse dal vento, mani che si stringono, occhi, labbra, sorrisi.
A circa metà del monologo, c’è pure il racconto di una sua notte d’amore con una certa Carolina, avvenente producer violentata da piccola e amante dei ranocchi che, in una notte di pioggia, assieme a Ranucci stesso, salva a centinaia da morte certa. Segue, elegia del ranocchio, ripreso da tutte le possibili angolazioni.
Le donne inserite nella narrazione sono tutte giovani, bionde e bellissime. Ed emanano profumi inebrianti. Si chiude con la sua attuale compagna, nella penombra di un teatro dove sul palcoscenico si esibiscono ballerine sulle punte. E lei che gli confessa che, informata da un caro amico della digos, i suoi nemici lo vogliono fare fuori. Ma i suoi amici, che sono tanti e che gli vogliono tanto bene, lo proteggeranno.

Alla fine, tutti in piedi ad applaudirlo.
Nel complesso, direi complimenti al reporter, un po’ meno all’ideatore e regista dello spettacolo, che è sempre Ranucci stesso, a mio avviso purtroppo caduto nella diffusa trappola dell’autocelebrazione.

Marta Franceschini 
(Foto dal profilo Facebook di Ranucci)